Thursday, September 3, 2009

Ancora sul dialetto.

Ritorno sulla questione lasciata aperta nel post precedente. Questa volta però, libero dalle dovute considerazioni di valore già espresse, voglio soffermarmi sulla utilità contemporanea del dialetto e il senso di un suo eventuale uso didattico.

Se stiamo al lavoro di di Benjamin Lee Whorf una Lingua serve anche a modellare e viene modellata dalle necessità cognitive. I dialetti in quanto tali sono legati ad una precisa e circoscritta locazione geografica (ovviamente prendetela come una definizione sui generis, l'emigrazione li ha per così dire delocalizzati). Se guardiamo invece alla dimensione geostorica ci accorgiamo che ogni Dialetto dispone della ricchezza e precisione necessaria a fornire indicazioni di luogo. Il paesaggio costituisce un fattore determinante nello sviluppo di una lingua.

Alcuni mesi fa una mia carissima amica mi ha passato   la copia di una pagina di un non trovato in rete dizionario di "Italiano/Valtellinese". La pagina riguardava le indicazioni di luogo del dialetto ivi parlato (e che per inciso è anche il mio dialetto). Non vi dico l'illuminazione che ho avuto guardandola. Il Dialetto valtellinese è dotato di una enorme gamma di indicazioni luogo adatte ad operare in un paesaggio a tre dimensioni. Una in più, dal punto di vista geografico, rispetto alla pianura. Già perchè la vita si svolgeva non solo nel piano ma anche (e per la maggior parte) sulle montagne.

Potremmo entrare in una disquisizione infinita su che cosa abbia modellato cosa, siamo nel classico prima l'uovo o la gallina, viene prima il linguaggio o il  paesaggio (che comunque è un manufatto culturale) ?. Nel caso del dialetto valtellinese abbiamo una condizione per così dire tranchant: le montagne erano li prima degli uomini e fino ad ora, ad esclusione di Remo Gaspari (con risultati patetici), nessuno si è messo a provare di modificarle.

Per contro il dialetto valtellinese risulta molto povero nella espressione di altre cose che non siano la materialità quotidiana del mondo andato. Ad esempio discorrere di psicologia (argomento molto in voga tra tutti gli addetti allo psicofarmaco seduti nei bar) è praticamente impossibile, del resto se si pensa che no dei trattamenti applicati alla malattia mentale fosse lo sterco di vacca spalmato sulla pancia non viene da stupirsene, del resto il valtellinese puro non esiste ne forse è mai esisto vista la necessità di operare in uno dei corridoi di attraversamento delle Alpi. Come parlante del dialetto opero molto spesso adattamenti di parole correnti dell'italiano.

Detto questo ha davvero un qualche senso pensare all'insegnamento del dialetto ? Per me nessuno. Personalmente sono contrario all'insegnamento di base di qualsiasi lingua morta ivi incluso il latino. E' una inutile perdita di tempo in termini di conoscenza e non serve neppure a formare una attitudine al pensiero formale visto che quest'ultimo è studiabile direttamente, senza tanti giri, sia esso pensiero matematico o scientifico.

Il nostro problema formativo è che i formandi vengono dotati di una serie di nozioni assolutamente inutili, vecchie e inadatte al mondo di oggi. Ma quel che è peggio è che consumano inutilmente energie cognitive degli studenti. Penso che il problema formativo sia, oggi, quello di recuperare il gap che si è creato con lo stato avanzato della conoscenza mondiale (ricordate siamo in un mondo globale)  senza aumentare la pressione formativa già eccessiva.

Questo per quel che concerne il piano utilitaristico. Se però ci chiediamo il senso, anche alla luce di quanto sopra, del dibattere estivo (quella del colpo di caldo non è del tutto credibile) della introduzione dell'insegnamento del dialetto nelle scuole (ivi inclusa anche la grande scuola di massa che è la RAI) dobbiamo attribuire a quello che razionalmente è un non sense un qualche altro valore. Temo che quella del dialetto, in questo senso, sia la risposta sbagliata ad un problema reale: l'integrazione e l'identità con il paesaggio quotidiano dove è evidente che il linguaggio, per quelle proprietà accennate sopra, possa essere scambiato per il mondo. Il problema è quello della appartenenza al/del territorio una delle cui manifestazioni è il linguaggio specializzato per parlarne. 

A lato va notato che l'uso fatto dalla Lega Nord è diverso. Credo che in sostanza l'obiettivo sia quello di fomentare la discussione con i soliti proclami fatti da ambo le parti circa la propria presunta superiorità culturale. Il problema è che si basa su una questione seria come ho cercato di spiegare. Nel dubbio commentate.
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Thursday, July 30, 2009

Il dialetto. La lega. Gli insegnanti. L'identità

Era una pentola che bolliva da molti anni. Quello del dialetto nelle scuole dell'obbligo prima o poi doveva venirsene fuori. Ed è uscito al solito in una forma strumentale ad altre scelte. Si potrebbe addirittura pensare al solito specchietto estivo per allodole.

Purtroppo per noi Lombardi è il solito affare che sembra tale ma in realtà nasconde una perdita incredibile. Il detto dialettale lombardo che io conosco recita così per descrivere l'affarone: "saraà la spina e lagà andaà da la bott" ("chiudere la spina lasciando aperta la botte). E cosi il nostro Lumbard per avere un lenitivo di una vecchia ferita si appresta ad una ulteriore dilatazione del suo ben capiente sfintere regalando un ulteriore fetta di potere a una gerarchia di governanti chiaramente inetti a dirigire la regione verso compatibilità culturale e ricchezza Europea ma attenta a distribuire quel che rimane ai propri adepti (aspettate l'autunno per vedere che sarà delle miglia di piccole aziendine del nord Lombardo).

La ferita


Occorre andare agli anni sessanta/settanta per capire l'entità e il dolore prodotto dalla ferita. Considerate questa cosa: dalla mia quinta elementare alla quinta di mio fratello corrono 7 anni. In quel tempo si passò dalla normalità del dialetto in ogni istanza della vita all'identificazione dell'uso del dialetto come sinonimo di bassa cultura e altrettanto basso livello sociale. La velocità, l'omnidirezionalità (la RAI ci mise non poco del suo) usate con martellante sollecitudine fecero male e nessuno se ne accorse. Tutti intenti a guardare il noto Walter del tempo (poi affogato in una nuvola di Coca) che prendeva in giro i vari dialetti per l'appunto. Nelle scuole la progressione fu altrettanto geometrica. Intanto stava andando a compimento un piano di controllo del territorio. I provveditori via via insediati venivano tutti dal sud, erano quei figli di burocrati sopravvissuti al regime e recuperati alla fine della guerra per puro calcolo anticomunista. Con loro si creava una testa di ponte per mettere in opera il sistema delle raccomandazioni che andava cercando i suoi soggetti tra quelli con maggior bisogno economico e maggior ricattabilità, anche per abiti culturali. I nuovi insegnanti insediati, di inevitabile provenienza, un pò per l'odio di una terra che non li amava e che avevano dovuto scegliere come una possibilità di emancipazione, un pò anche perchè ligi (non è un segreto che molte simpatie andassero allo MSI), condussero, capillarmente, una campagna di pulizia del dialetto, con note, minacce di sospensione, proibizioni ad esprimersi a scuola nella lingua nativa e altro ancora.

Questi sentimenti alla fine degli anni settanta erano bene presenti anche in tutti coloro che militavano o simpatizzavano per le frange movimentiste della sinistra rimasero lì, repressi ma pronti a riesplodere proprio in questi ultimi che comunque coltivavano il sospetto nei confronti del "terrore" generalmente impersonato dallo sbirro, dal pretore, dal provveditore, il preside e così via. Non è casuale che molte di queste persone siano poi diventate militanti della lega. Non a caso poi questo odio veniva mischiato ad altri fattori come la rapina del territorio compiuta da AEM e Enel. Non a caso alcune frange autonomiste dall'alta Lombardia univano odio per il "Terun" e per i Tralicci.

La sinistra del tempo, presa dai suoi calcoli di potere basati sulle industrie dei grandi numeri, ovviamente vedeva la cosa con sospetto e anche con un certo fastidio. In fondo la ncessità di essere uno stato compatto e omogeneo era un must nell'agenda comunista filosovietica. Un qualche sguardo di ammirazione per il mix up etnico fatto da Tito in parecchi lo hanno certo rivolto.

Fortunatamente (?!) la diffusione dello stato come sistema assistenzialista rullò il terreno stirando ogni differenza sul proprio green. Il problema nella sua genesi venne perso di vista (del resto al dialetto negando la dignità di essere portatore di conoscenza venne anche negata la possibilità di sopravvivere nel sistema dei media) ma la ferita rimase. Pronta ad essere lenita dallo spacciatore di pomate di turno.

PS: chi scrive ha vissuto in prima persona la ferita. Tuttavia, distinguendo molto bene le funzioni di diversi tipi di pomate, evita quelle troppo banali. Agli amici leghisti aggiungo che avendo formato la mia cultura il Alta Valtellina sono nella posizione di considerare "Terun" quasi tutti gli abitanti della penisola e quindi anche la stragrande maggioranza dei Leghisti.

Sunday, July 26, 2009

Questione di nomi

Verdi, Ecologisti e quant'altro. Quello che l'area (mi si perdoni il termine ma non so che diavolo usare) Verde Italiana si trova ad affrontare è un caso di estinzione di massa. L'evento è stato messo in particolare risalto dai risultati delle elezioni Europee a confronto con altri paesi comunemente aderenti. Per contro sembrerebbe che a livello locale ovunque attivi molti degli esponenti godano comunque di una buon seguito. Il problema, allora, è di chiedersi perchè mai non ci sia stato un salto dalla condizione di allegro propugnatore di aiuole a serio proponente di soluzioni di governo. Il perchè sta nella mancata connessione con il tessuto più moderno e dinamico della popolazione. Questo perchè, si badi bene, i temi considerati 10 anni fa di puro dominio ambientalista ora sono nella coscienza e nel sapere comune, bisogna fare un passo avanti. Ricordiamoci anche che siamo in una cultura in cui la forma ha la propria funzione simbolica esattamente come il contenuto.

Tra i miei amici, che coprono l'intero arco parlamentare e anche fuori in alcuni casi, si nota il diffuso senso di impotenza delle troppe cose che vanno secondo criteri preoccupanti. L'impotenza viene dalla impossibilità di dipanare la matassa rendendosi via via conto che non sono disponibili uscite semplici. Del resto pensare a un faccio tutto da me anche solo per l'analisi è impensabile. Sul lavoro del resto si opera in gruppi di diversi specialisti e proprio i grandi generalisti in quell'ambiente hanno vita molto difficile.

Per contro il sistema politico Italiano ha virato nella direzione del politico "faso tuto mi" con effetti esilaranti come i grafici girati al contrario di Rutelli (indimenticabile nella sua performance sul sito, ora dismesso, che doveva nelle intenzioni essere il portale d'Italia) o un presidente del consiglio che nei comportamenti culturali mostra il meglio delle pratiche delle vendite porta a porta e l'abissale ignoranza decorativa ambientale ai confini con il ridicolo (si vedano le foto di Villa Certosa) che la nostra scuola dell'obbligo gli ha passato.

Dopo molti anni la coscienza ecologista ha pervaso moltissimi settori della ricerca scientifica e della nuova Umanistica. Gli stessi architetti oltre ad alcuni deliri di onnipotenza nel disegnare i propri paesaggi si rendono conto della necessità di valutare l'opera nel contesto e non più come oggetto a se stante. La diffusione di massa delle idee di base sul rapporto con la natura, sfruttato a più non posso in forme simbolico/editoriali, ha portato ad una svalutazione delle idee di partenza. Le risposte vanno date, oggi, in termini di qualità della vita futura, anche a breve termine, di quante generazioni vogliamo bruciare allungando i termini pensionistici, se preferiamo lavori concettuali o manuali (tutti a fare i magut). Se ai parchi naturali conservazionisti non sia meglio preferire un buon ambiente diffuso. Elevare la qualità della immigrazione e via dicendo.

Innovazione


Nella caduta della sinistra cade anche il mito del progresso. Innovare, migliorare, progredire improvvisamente hanno perso significato. Ma c'è innovazione anche nel recupero di uno dei molti disastri commessi, spesso con le migliori ragioni, dalle generazioni precedenti. Nel rileggere la storia senza uno dei tanti occhiali colorati dall'ideologia. In un blog parallelo, devoluzioni, tratto con maggiore estensione le molte palle create da secoli di imbellettamento ideologico. Puntare ad una aria più decente. Spingere per contesti lavorativi in cui far rendere il proprio investimento in studi. Evitare di dovere la soddisfazione della nostra sete alle sole multinazionali. E' innovazione e ragionamento ecologico, inteso come ragionamento di puro orientamento alla sopravvivenza del nostro genere. Forse il progresso verso condizioni di vita migliori non è più appannaggio delle sinistre che hanno esaurito il loro apporto con il raggiungimento di una civiltà dei consumi diffusi e di massa (leggi diversa distribuzione, anche solo apparente, della interpretazione di ricchezza). Forse sta proprio nel considerare ogni specifico contesto un luogo di diritti e doveri di molti soggetti. Come è il caso del diritto alla determinazione del proprio Paesaggio. Intendendo per paesaggio l'accezione più ampia come d'uso nelle Scienze Geografiche contemporanee (socio, economico, storico etc. etc.). O discutere e analizzare l'uso che si fa dell'energia prima di preoccuparsi di produrne di più.

Riconoscere la realtà


Non è vero che il nostro mondo sia sempre uguale e immutabile. L'incremento demografico, la globalizzazione (un fatto), l'ennesima crisi del sistema industriale modernista, ci aprono un mondo nuovo, poco importa se migliore o peggiore, con problemi nuovi da risolvere collaborativamente, trovando compromessi rispettosi anche dell'opposizione ben consci che la varietà di un ecosistema è un asset di valore enorme.