Certo questo è il modo peggiore per condurre un blog. Tuttavia non mi aspetto molti lettori. Penso che gli unici siano quelli che cercano di capire quali tipo di mosche stiano girando in questo momento nella mia testolina per finalità loro e che mi sono, forse, anche piuttosto di disgusto.
Questa premessa per aprire felicemente l'anno, e perché no il decennio, che certo si presenta duro ma nuovo per me. Trovo sempre divertente l'uso delle diverse unità per la misura del tempo come pivot nella organizzazione della vita. La memoria va sempre ai Soviet e alla loro mania per i piani quinquennali.
Tuttavia c'è come qualcosa di naturale in questo, di immanente pur nella totale coscienza che si tratti di una pura convenzione. Mah.
Comunque per cominciare bene l'anno vi dirò che l'idea che mi balla è quella di andare a fondo del problema dell'infelicità. Una autentica piaga dell'occidente in costante suppurazione e peggioramento stando ai rapporti Europei e OMS.
L'argomento è irto di ostacoli. In primo luogo perché il campo dell'infelicità è uno specifico manufatto della società postindustriale. Mancano dati ufficiali sul consumo, o per l'esattezza non vengono presentati, giacché ad uso di vendita i dati vengono raccolti da oramai due decenni. Alcune fonti, di attendibilità non definita, va detto, indicano l'Italia come il paese in testa nel consumo procapite di prodotti farmaceutici basati sulle Benzodiazepine. Ma se il mondo del Lexotanato è in veloce crescita la proiezione della diffusione percentuale della depressione raggiunge livelli difficilmente compensati dagli aumenti di peso da cioccolatini nel giorno di San Valentino. In sostanza sulla infelicità diffusa campa un intero mondo e nel nostro simpatico paese anche un governo e un parlamento (senza grandi distinzioni aihme).
Non a caso uno dei più classici depistaggi è quello di versare il problema sulle faccende d'amore e affini. Come i più scafati dei lettori sapranno quello dell'amore è un carburante perfetto per costruire infelicità. Purtroppo è anche, in una società sostanzialmente tenuta ignorante, uno dei pochi argomenti di comune esperienza.
Certo il problema della felicità passa anche dalle relazioni sociali, inscrivendo tra di esse anche quelle affettive. Ma non voglio neppure proporre delle mie visioni esclusive. Ma se l'ufficialità rileva con preoccupazione ? il problema, e in questo c'è sempre il sospetto che le proiezioni ufficiali siano più un business forecast che la proposizione di un problema affrontabile e che va affrontato con urgenza, non a caso se le indicazioni abbondano molto meno lo sono le proposte risolutive e in questo momento, come nella "Guida Galattica per Autostoppisti", ci si ferma sempre alla circolazione dei foglietti verdi che per l'appunto non sono certo quelli che soffrono del male in oggetto.
Ma la voglio anche prendere a piccole puntate. Quindi per ora vi lascuio con questo punto su cui meditare. La prossima volta, se tornerete, troverete la referenza ...
"Le marchandage affectif instille au coeur de l'enfant une peur endémique. Le souvenir du «je cesserai de t'aimer si... » glace les embrasements spontanés de la jouissance. A chaque fois qu'il s'engage dans quelque indépendance de désir, la brûlure d'une désaffection possible sanctionne ses velléités d'autonomie et grave en lui cette loi de soumission et de renoncement qui régit le monde des adultes."
e ancora
"Il importe aujourd'hui de se découvrir dans l'authenticité de son existence même si, mal vécue, la moindre illusion lui fut souvent préférée car,dans sa brutale franchise, le désir irrépressible d'une vie autre est déjà cette vie-là"
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